
LADAKH: LA VITA IN ALTO SULL’HIMALAYA INDIANA
Ladakh, la vita in alto sull’Himalaya indiana, è il racconto di un viaggio che comincia davvero soltanto quando il corpo si accorge di essere arrivato altrove.
In Ladakh succede quasi immediatamente.
A 3.500 metri l’aria si fa più sottile, i gesti più lenti e persino una semplice salita può ricordarti che non sei più nel mondo al quale sei abituato. Poi arrivano i monasteri sospesi sulla roccia, le vallate apparentemente infinite, i laghi d’alta quota e quelle montagne nude che sembrano occupare tutto lo spazio tra la terra e il cielo.
Esattamente 365 giorni dopo il mio viaggio in Pamir, mi ritrovo nuovamente tra le montagne dell’Asia, questa volta sull’Himalaya indiana. Davanti a me ci sono quindici giorni di strade improbabili, trekking oltre i 4.000 metri, monasteri buddhisti, villaggi remoti e notti in cui anche respirare diventerà qualcosa a cui pensare.
Non sarà un viaggio facile, ma sarà uno di quelli capaci di ricordarmi quanto possa essere meraviglioso il mondo e quanto siamo fortunati per tutto ciò che nella nostra quotidianità abbiamo smesso perfino di vedere.
ARRIVO A LADAKH
A trascinarmi fin qui sono due amici, Fabio e Rachele. Partiamo da Malpensa diretti a Leh senza che io abbia ancora davvero idea di ciò che mi aspetta.
A dire il vero, prima della partenza conoscevo pochissimo questa destinazione e forse è anche per questo che il Ladakh si rivelerà una scoperta così sorprendente.
Leh è il principale centro urbano del Ladakh, una regione dell’India settentrionale conosciuta anche come il Paese dei Passi. Il paesaggio mi ricorda quello del Tajikistan, attraversato durante il viaggio precedente, ma la cultura e le persone sono profondamente diverse.
Intorno non c’è l’India caotica e affollata che molti immaginano, ma montagne, silenzi e un piccolo aeroporto che sembra quasi incastrato nel paesaggio. Un unico nastro per i bagagli, spazi essenziali e una pista circondata dalle montagne che, durante l’atterraggio, non trasmette esattamente tranquillità.
In hotel ci accolgono con grandi sorrisi e con una sciarpa bianca cerimoniale posata intorno al collo. La camera ha persino un bagno privato e, senza ancora sapere cosa ci aspetterà nei giorni successivi, cominciamo già ad apprezzare certe comodità.
Il vero impatto è quello con l’altitudine.

Mal di testa, stanchezza, fiato corto. Dopo quasi ventiquattro ore trascorse tra aerei e aeroporti, il corpo deve capire improvvisamente come funzionare con molto meno ossigeno e non sempre lo fa volentieri.
Durante il nostro itinerario ci sposteremo tra i 3.500 metri di Leh e passi montani che superano i 5.000 metri. Prima della partenza abbiamo ricevuto indicazioni mediche anche sull’utilizzo del Diamox, un farmaco impiegato nella prevenzione del mal di montagna.
L’acclimatamento è fondamentale. Le indicazioni ufficiali per chi visita il Ladakh raccomandano almeno 48 ore a Leh prima di salire ulteriormente verso località come Pangong o Tso Moriri.
Noi impariamo in fretta una regola che ci accompagnerà per tutto il percorso.
Qui bisogna rallentare.
CAMMINARE DOVE L’ARIA È PIÙ SOTTILE
I giorni successivi diventano un susseguirsi di trekking, trasferimenti e monasteri.
Sono una persona sportiva e abituata a camminare, ma mi rendo conto quasi subito che sull’Himalaya le distanze hanno un significato completamente diverso.
Il nostro primo trekking, almeno sulla carta, dovrebbe essere semplice. Pochi chilometri e appena 300 metri di dislivello per raggiungere l’eremo di Gotsang.
Eppure arranco.

Ogni tre passi devo fermarmi, il fiato è corto e persino avanzare lentamente richiede uno sforzo enorme. La tenacia e il sostegno del gruppo mi aiutano a raggiungere la meta, ma capisco che l’altitudine non è qualcosa da sottovalutare.
Il secondo trekking parte da Likir.
Ci aspettano circa dieci chilometri di cammino a una quota intorno ai 3.900 metri. Questa volta, alla fatica, si aggiunge un problema che non avevo previsto.
Finisco l’acqua.
In un territorio così remoto non esistono bar o fontanelle dietro ogni curva. Per trovare nuovamente qualcosa da bere bisogna raggiungere il villaggio successivo e possono volerci ore.
Nel frattempo continuo a camminare, osservando i fiumi limpidi che attraversano le vallate e dai quali, per ragioni di sicurezza, non possiamo semplicemente riempire le borracce.
L’acqua è ovunque davanti ai miei occhi, ma io non posso berla.
Con il passare dei giorni, però, comincio ad abituarmi alla quota, a riconoscere i segnali del corpo e a trovare un ritmo più adatto a questo ambiente.
Le strade si arrampicano tra le montagne, attraversano vallate e passi altissimi. Quelli che sulla mappa sembrano brevi spostamenti possono trasformarsi in interminabili ore di viaggio.


Il territorio diventa sempre più spoglio e spettacolare, tra montagne nude, fiumi, calanchi, piccoli villaggi e un cielo enorme che sembra iniziare appena sopra la testa.
Alla fine dei trekking ritroviamo i nostri autisti, capaci di condurre tre auto decisamente malconce su strade che in certi momenti sembrano esistere soltanto per loro. Ancora oggi mi domando come abbiano fatto ad attraversare certe vallate senza lasciare almeno una ruota da qualche parte.
Le ore in macchina sono tante e la colonna sonora passa senza alcun criterio dagli anni Settanta a Tiziano Ferro, alternando canzoni malinconiche e scelte musicali decisamente discutibili.
Per fortuna il gruppo è fantastico e anche gli spostamenti interminabili finiscono per diventare parte dell’esperienza.
LAMAYURU E LA TERRA DELLA LUNA
Uno dei luoghi che più mi rimangono impressi è Lamayuru.
Il monastero sorge a circa 3.500 metri ed è circondato da un paesaggio talmente particolare da essere conosciuto come Moonland, la terra della luna.

Il terreno assume forme, colori e consistenze quasi irreali e gli edifici bianchi sembrano aggrapparsi alla montagna anziché essere stati costruiti sopra di essa.
È uno dei complessi monastici più antichi del Ladakh e proprio da qui parte il nostro terzo trekking.
Questa volta superiamo i 4.000 metri.
La fatica è ancora tanta, ma finalmente mi accorgo di riuscire a godermi maggiormente il cammino. Attraversiamo paesaggi modellati dall’erosione, letti di fiumi e formazioni rocciose che ricordano enormi calanchi.
La natura è incontaminata e lo scenario ripaga ogni sforzo.
Camminando mi accorgo continuamente di quanto sia difficile spiegare questo territorio attraverso le fotografie. Non perché non sia fotogenico, tutt’altro, ma perché ciò che colpisce è soprattutto la dimensione, lo spazio e la sensazione che, appena oltre il sentiero, il mondo possa semplicemente finire.
Il Ladakh è una terra aspra, quasi ostile in alcuni momenti, eppure possiede un fascino che proprio da quella durezza sembra diventare ancora più intenso.
MONASTERI, PREGHIERE E RACCONTI DELL’HIMALAYA
Durante il viaggio visitiamo un numero incredibile di monasteri buddhisti.
Alcuni sorgono su speroni di roccia apparentemente impossibili, altri sono nascosti dentro intimi villaggi.

Dopo qualche giorno comincio ad avere l’impressione di aver incontrato Buddha di ogni dimensione, posizione e colore possibile.
Ne vedo persino uno gigantesco e completamente rosa, il mio colore preferito. Una sorpresa che, naturalmente, non passa inosservata.

Tra i luoghi che mi colpiscono maggiormente c’è però Alchi, uno dei complessi monastici più antichi del Ladakh, le cui origini risalgono circa all’XI secolo.
Le pitture e le decorazioni interne sono straordinarie, con affreschi antichissimi e dettagli che raccontano secoli di tradizioni artistiche e religiose.
In un’altra occasione riusciamo ad assistere alla puja del mattino.
Le voci profonde e gutturali dei monaci riempiono lo spazio insieme al suono degli strumenti tradizionali. Non comprendo le parole, ma in momenti come questo non sembra necessario comprenderle tutte.
Ci sono poi i racconti delle nostre guide, storie, credenze e aspetti della vita religiosa che difficilmente avremmo conosciuto leggendo semplicemente una guida turistica prima di partire.
Durante la visita all’eremo di Gotsang, per esempio, ci vengono raccontati alcuni aspetti delle tradizioni tantriche e della vita dei monaci molto diversi dall’immagine semplificata che normalmente abbiamo in Occidente.
Sono informazioni ascoltate sul posto, tramandate e spiegate da chi conosce questa cultura.
Capita anche di imbatterci in una piccola festa di paese.
Niente che assomigli alle nostre sagre, con quantità industriali di cibo e fiumi di vino. Qui troviamo soprattutto persone riunite intorno a un monastero, impegnate nella preghiera e nella condivisione di un momento importante per la comunità.
Una cerimonia semplice, ma capace di regalarci un incontro autentico con la quotidianità del luogo.
LA NUBRA VALLEY E I CAMMELLI TRA LE MONTAGNE
Entriamo nella Nubra Valley, stretta tra le catene del Karakoram e del Ladakh.
Qui, nel mezzo di montagne altissime, compaiono perfino dune di sabbia.
E sulle dune camminano cammelli.
Non quelli a una gobba che siamo abituati a immaginare, ma cammelli bactriani a due gobbe, legati alla storia delle antiche rotte commerciali che attraversavano questa parte dell’Asia.

Le dune di Hunder sono ancora oggi uno dei luoghi più conosciuti della Nubra Valley per incontrarli.
È una di quelle immagini che sembrano non avere alcun senso geografico.
Sabbia, cammelli e, dietro, montagne himalayane.
Eppure in Ladakh quasi tutto sembra costruito per ricordarti che le categorie alle quali sei abituato servono relativamente poco.
TURTUK E L’ULTIMO LEMBO DI INDIA
Proseguiamo verso Turtuk, nella parte settentrionale della Nubra Valley.
Il villaggio si trova vicino alla Line of Control con il Pakistan e appartiene culturalmente al Baltistan.
È un luogo di confine non soltanto sulla carta, ma nella lingua, nella cultura e nella storia delle famiglie che lo abitano.
Durante il viaggio percorriamo anche un tratto che ci viene presentato come parte dell’itinerario The Way of K2, un itinerario legato alle grandi montagne del Karakoram.
Tra le montagne compaiono frutteti, piccoli appezzamenti coltivati, case e sentieri.

Le albicocche sono uno dei prodotti caratteristici della zona, insieme agli ortaggi coltivati nei piccoli terreni che circondano il villaggio.
La vegetazione sembra quasi impossibile dopo tanti chilometri trascorsi attraversando territori apparentemente aridi.
Ma ciò che colpisce maggiormente è la sensazione del confine.
Le strade proseguono verso territori nei quali non possiamo andare, le montagne del Karakoram riempiono l’orizzonte e sembra davvero di essere arrivati ai margini del mondo accessibile.
IL LAGO PANGONG E UN CONFINE INVISIBILE
Dopo altri passi, altre strade e altre ore trascorse in macchina, raggiungiamo il Lago Pangong.
A circa 4.350 metri di altitudine appare come un’enorme distesa d’acqua incastonata tra montagne completamente spoglie.
Il lago si estende tra India e Cina.
Il confine, naturalmente, non si vede.
Davanti agli occhi esistono soltanto acqua, cielo e montagne, con colori che cambiano continuamente a seconda della luce.
Ed è forse proprio questo a renderlo ancora più impressionante.
Noi uomini dividiamo territori, tracciamo confini e decidiamo dove inizi e finisca un Paese. Il paesaggio continua semplicemente a esistere.
Nonostante la quota, la stanchezza accumulata e il fatto di aver ormai attraversato passi montani superiori ai 5.000 metri, decidiamo di affrontare un altro trekking panoramico.
Otto chilometri lungo le rive del lago.
Probabilmente riposarsi sarebbe stata una scelta più intelligente, ma davanti a un luogo simile diventa difficile convincersi a fermarsi.

Il silenzio e la maestosità della natura ci riempiono gli occhi e il cuore. A un certo punto decidiamo persino di fermarci qualche minuto a meditare, prima di raggiungere il nostro alloggio.
UNA NOTTE A 4.350 METRI
La notte al Pangong mi ricorda improvvisamente che il corpo, invece, ha opinioni molto chiare.
La stanza è gelida, senza riscaldamento e con pochissime comodità.
A cena riesco quasi soltanto a bere del tè caldo. Lo stomaco è chiuso e quando provo a dormire arriva quella sensazione terribile di non riuscire a inspirare abbastanza aria.
Percepisco fame d’aria e difficoltà respiratorie.
È facile che la paura amplifichi tutto.
Cerco di controllare il respiro e di non farmi prendere dal panico. Abbiamo ossigeno a disposizione e sappiamo che, se la situazione peggiorasse, sarebbe necessario scendere rapidamente di quota e ricevere assistenza.
La mattina arriva lentamente e con lei una delle lezioni più potenti dell’alta montagna.
Puoi sentirti forte per giorni e poi bastano poche ore per ricordarti quanto siamo fragili.
La natura intorno è di una bellezza quasi irreale e nello stesso momento il corpo ti sta dicendo che non sei fatto per vivere lì.
TSO MORIRI E IL SILENZIO DEL CHANGTHANG
L’altro grande lago del viaggio è Tso Moriri.
Si trova a circa 4.522 metri, sull’altopiano del Changthang, in un territorio ancora più remoto e silenzioso.
Il lago è circondato da montagne e immense distese aperte, in un ambiente nel quale la presenza dell’uomo sembra quasi un’eccezione.

È settembre e il freddo per me è già difficile da sopportare.
Poi guardo fuori.
Durante una delle notti arrivo perfino a tentare di scaldare le coperte con il phon.
Guardo le case, le persone che abitano qui tutto l’anno e provo a immaginare un inverno a queste quote.

Durante una visita a un villaggio nei pressi del lago, la nostra guida ci mostra come alcune famiglie producano un liquore artigianale direttamente nei cortili delle proprie abitazioni.
Ci racconta che, durante i lunghi e durissimi mesi invernali, questa bevanda viene utilizzata anche per cercare sollievo dal freddo e dalla fame, fino a stordirsi per sopportare condizioni di vita estremamente difficili.
Ascoltare queste parole mi lascia profondamente colpita.
Non riesco davvero a immaginare cosa significhi vivere per mesi in un luogo così isolato, affrontando temperature che per me risultano già insopportabili ora.

È uno di quei momenti in cui la bellezza del paesaggio passa improvvisamente in secondo piano.
Perché quando viaggi in luoghi così è facile provare inizialmente tristezza davanti alle difficoltà degli altri.
Poi cominci a pensare a casa tua.
QUANDO UNA DOCCIA CALDA DIVENTA UN PRIVILEGIO
Una casa riscaldata, l’acqua che esce dal rubinetto, una doccia calda e un letto.
La possibilità di aprire un frigorifero e scegliere cosa mangiare.
Sono tutte cose talmente normali nella mia vita che solitamente non occupano nemmeno un pensiero.
Qui diventano improvvisamente enormi.
Ed è forse questa la parte del viaggio che mi rimane più addosso.
Non torno pensando di essere stata eroica perché ho camminato sopra i 4.000 metri o perché ho dormito in una stanza gelida.
Torno pensando a quanto sono fortunata.
La bellezza del Ladakh non nasconde la durezza della vita in questi territori. Al contrario, le due cose sembrano continuamente convivere: montagne meravigliose e strade difficili, laghi di un blu impossibile e mancanza d’ossigeno, villaggi affascinanti e inverni durissimi.

È probabilmente proprio questa contraddizione a rendere il viaggio così potente.
RAFTING, FIUMI E QUALCHE MOMENTO DI FOLLIA
Tra monasteri e trekking riusciamo naturalmente a inserire anche qualcosa di meno contemplativo, come il rafting.
In Ladakh viene praticato soprattutto lungo i fiumi Indo e Zanskar e, per qualche ora, alla fatica dell’alta quota sostituiamo quella di cercare di non finire in acqua.
L’area del Sangam, dove i due fiumi si incontrano, è uno dei punti più conosciuti per questa attività.
È un’esperienza che viene spesso presentata come una delle possibilità di rafting alle quote più elevate del mondo.
Fortunatamente non è necessario essere esperti per affrontare i percorsi più semplici e noi ci divertiamo moltissimo.
Il costo dell’esperienza è davvero contenuto, soprattutto considerando lo spettacolo delle vallate che attraversiamo.
È una delle parentesi più divertenti del viaggio.
E in un itinerario così intenso, ogni tanto ridere senza pensare alla quota, alla strada o al trekking del giorno successivo è quasi necessario.
VIAGGIARE IN LADAKH CON LA CELIACHIA
C’è poi una difficoltà molto più personale.
Sono celiaca.
A Leh e nelle località più attrezzate qualcosa si riesce a gestire, ma spostandosi verso zone remote le possibilità diminuiscono drasticamente.
Per giorni il mio menù ruota soprattutto intorno a riso saltato con spezie e, quando sono particolarmente fortunata, qualche verdura.
Dopo quindici giorni trascorsi a mangiare quasi sempre le stesse cose, anche il cibo comincia a entrare nei sogni.
Non è certamente il problema più grave che si possa incontrare durante un viaggio simile, ma è una difficoltà concreta che accompagna quasi ogni giornata.
E quando finalmente trovi qualcosa che puoi mangiare senza doverti fare troppe domande, può sembrare improvvisamente il pasto migliore della tua vita.
LA VITA IN ALTO
Rispetto al Pamir, in Ladakh faccio più fatica a entrare davvero in contatto con le persone.
Le percepisco più riservate e la comunicazione rimane spesso limitata agli incontri resi possibili dalle guide.
All’inizio quasi mi dispiace, poi capisco che anche questo fa parte del viaggio.
Viaggiare non significa trovare in ogni luogo ciò che abbiamo trovato altrove. Non significa nemmeno pretendere che le persone ci aprano automaticamente la loro vita soltanto perché siamo arrivati fin lì.
Il Ladakh mi regala altro, montagne gigantesche, monasteri sospesi tra terra e cielo, strade che sembrano infinite, laghi che cambiano colore insieme alla luce, notti gelide, fatica, mancanza d’aria, silenzio e quella sensazione, difficile da spiegare, di trovarsi per qualche giorno lontanissimi da tutto ciò che normalmente consideriamo indispensabile.

Quando torno a casa, quello che porto con me non è soltanto il ricordo della bellezza di questi luoghi.
È la consapevolezza che basta spostarsi di qualche migliaio di chilometri, salire abbastanza in alto e osservare per qualche giorno una vita completamente diversa dalla nostra per accorgersi di quanto possediamo.
Non penso soltanto alle cose, penso alla possibilità di scegliere.
Alla comodità, alla sicurezza, a un bicchiere d’acqua, a un letto caldo e a tutto ciò che normalmente diamo per scontato.
Forse è proprio per questo che continuo a cercare viaggi difficili.
Perché alcune parti del mondo non si limitano a mostrarti quanto sono belle.
Ti costringono anche a guardare con occhi diversi il luogo da cui sei partita.
Un viaggio in Ladakh regala esperienze straordinarie, ma richiede anche un’attenta preparazione. Prima di partire, è importante stipulare un’assicurazione viaggio, che preveda assistenza sanitaria, eventuale evacuazione medica e copertura per le attività in alta quota, verificando sempre le condizioni e i limiti previsti dalla polizza.

Dopo anni di lavoro come infermiera in terapia intensiva, ho lasciato un posto fisso per iscrivermi a Scienza motorie, dove ho intrapreso un nuovo percorso per diventare mental coach. Amante della bicicletta, della fotografia e dei viaggi fuori dagli schemi, cerco nelle esperienze più autentiche nuove prospettive sul mondo e su me stessa, perché a volte è proprio il viaggio più coraggioso che ci porta a cambiare vita.




